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Monastero di Casamari

Come debba annunziarsi l'ora del divino Ufficio

Capitolo quarantasettesimo

[1] La cura d'annunziare l'ora per il divino Ufficio del giorno e della notte l'abate deve o prenderla per sé o affidarla ad un fratello molto attento, in modo che tutto si compia alle ore assegnate.

[2] I salmi poi e le antifone le cantino a solo dopo l'abate, per ordine, quelli che ne hanno avuto l'incarico. [3] Cantare e leggere non ardisca se non chi è atto a compiere tale ufficio in modo da edificare gli uditori; [4] d'altra parte è questo un compito da eseguirsi con umiltà e gravità e grande riverenza, e solo da chi ne abbia ricevuto l'ordine dall'abate.

I N D I C E


Del lavoro manuale quotidiano

Capitolo quarantottesimo

[1] L'ozio è nemico dell'anima; e quindi i fratelli devono in alcune determinate ore occuparsi nel lavoro manuale, e in altre ore, anch'esse ben fissate, nello studio delle cose divine.

[2] Perciò pensiamo di regolare i tempi dell'una e dell'altra occupazione con l'ordinamento che segue.

[3] Da Pasqua fino al primo ottobre, la mattina da quando escono da Prima sin quasi all'ora quarta si occupino nei vari lavori necessari; [4] dalla quarta sino all'ora in cui celebreranno Sesta attendano allo studio.

[5] Dopo l'ora sesta poi, quando si sono alzati da tavola, si riposino sui loro letti in perfetto silenzio; se qualcuno però vorrà starsene a leggere da solo, legga pure per conto suo, ma in modo da non disturbare gli altri. [6] E si celebri Nona un po' più presto, verso la metà dell'ora ottava, e di nuovo vadano ai lavori assegnati, fino a vespro. [7] Se poi le condizioni del luogo o la povertà richiedono che gli stessi monaci si occupino nel raccogliere i frutti della terra, non ne siano malcontenti, [8] perché allora sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro mani, come i nostri padri e gli Apostoli. [9] Tutto però si faccia con discrezione, tenendo conto dei più deboli.

[10] Dal primo ottobre fino all'inizio della Quaresima, attendano allo studio fino a tutta l'ora seconda; [11] finita questa, si celebri Terza, e fino a Nona tutti si occupino nel lavoro ad essi prescritto.

[12] Appena poi si dà il primo segnale di Nona, ciascuno smetta di lavorare; e si trovino tutti pronti quando suonerà il secondo segno. [13] Dopo la refezione poi attendano alle loro letture o ai salmi.

[14] Nei giorni di Quaresima, dal mattino fino a tutta l'ora terza si diano alle loro letture e poi fino a tutta l'ora decima si applichino al lavoro ad essi imposto. [15] In questi giorni di Quaresima ciascuno riceva un libro della biblioteca, e lo legga per ordine da capo a fondo. [16] Tali libri devono essere consegnati al principio di Quaresima.

[17] Si pensi bene poi ad affidare ad uno o due seniori il compito di girare per il monastero nelle ore in cui i fratelli attendono alla lettura, [18] e di osservare se per caso non vi sia qualche fratello fannullone che si dà all'ozio o alle chiacchiere e non si occupa nella lettura, sicché non solo è inutile a sé stesso, ma disturba pure gli altri. [19] Se si trovasse - non sia mai - un fratello simile, venga ripreso una prima e una seconda volta; [20] se non si emenda, soggiaccia al castigo regolare in tal misura che gli altri ne abbiano timore. [21] Né un fratello si accompagni a un altro nelle ore non permesse.

[22] Anche la domenica si diano tutti alla lettura, eccetto quelli che siano assegnati all'uno o all'altro ufficio. [23] Se poi qualcuno fosse così negligente e svogliato da non volere o non potere studiare o leggere, gli s'imponga qualche cosa da fare, perché non stia ozioso. [24] Ai fratelli infermi o di delicata costituzione si assegni un lavoro o un'arte tale che da una parte li mantenga occupati, e dall'altra non li opprima con la soverchia fatica o non li induca ad andar via: [25] la loro debolezza dev'essere dall'abate tenuta in considerazione.

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Dell'osservanza della Quaresima

Capitolo quarantanovesimo

[1] è vero che in ogni tempo la vita del monaco dovrebbe avere il tenore di una vera Quaresima: [2] tuttavia, poiché tale virtù è di pochi, raccomandiamo che in questi giorni di Quaresima si custodisca la propria vita con somma purezza, [3] e insieme si cancellino, in questi giorni santi, le negligenze degli altri tempi dell'anno. [4] Ora tutto ciò si fa convenientemente, se ci asteniamo da ogni peccato e attendiamo con impegno alla preghiera accompagnata dalle lacrime, alla lettura, alla compunzione del cuore e all'astinenza.

[5] Perciò in questi giorni aggiungiamo qualche cosa all'ordinario compito del nostro servizio, come speciali preghiere o astinenza di cibo o di bevanda, [6] sicché ciascuno oltre alla misura impostagli offra qualcosa a Dio spontaneamente col gaudio dello Spirito Santo: [7] sottragga cioè al suo corpo un po' del cibo, della bevanda, del sonno, della loquacità, della leggerezza, e con gioia di soprannaturale desiderio aspetti la santa Pasqua. [8] Ciò però che ciascuno vuole offrire, lo manifesti umilmente al suo abate, e lo faccia con la sua preghiera ed approvazione, [9] perché quanto si fa senza permesso del padre spirituale, sarà imputato a presunzione e a vanagloria, non a mercede. [10] Tutto quindi deve compiersi con il consenso dell'abate.

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Dei fratelli che lavorano lontano dall'oratorio o si trovano in viaggio

Capitolo cinquantesimo

[1] I fratelli che sono assai lontano al lavoro e non possono all'ora assegnata accorrere all'oratorio, [2] se l'abate riconosce che la cosa è veramente così, [3] recitino il divino Ufficio sul luogo stesso dove lavorano, piegando le ginocchia con somma riverenza a Dio.

[4] Similmente quelli che sono mandati in viaggio non lascino passare le ore stabilite per l'Ufficio, ma lo recitino per conto loro come meglio possono e non trascurino di soddisfare il debito del loro servizio.

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Dei fratelli che vanno fuori non molto lontano

Capitolo cinquantunesimo

[1] Un fratello che sia inviato fuori per qualche affare con la previsione che possa tornare al monastero in quel medesimo giorno, non ardisca di mangiare fuori, anche se qualcuno, chiunque sia, lo invitasse con insistenza; [2] salvo il caso che l'abate ne abbia dato il permesso. [3] Chi agirà diversamente, sia scomunicato.

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Dell'oratorio del monastero

Capitolo cinquantaduesimo

[1] L'oratorio sia ciò che dice il suo nome; e in esso non si faccia né si riponga niente di estraneo.

[2] Cessato il divino Ufficio, tutti escano in sommo silenzio, e si abbia gran rispetto a Dio, [3] sicché il fratello che voglia rimanersene a pregare per conto suo non sia impedito dall'importunità altrui. [4] Ma anche se in altri momenti uno desidera pregare in segreto per proprio conto, semplicemente entri e preghi, e non a voce alta, ma con le lacrime ed il fervore interno. [5] Perciò chi non attende all'orazione, quando è finito il divino Ufficio non si creda lecito, come abbiamo detto, di indugiarsi nell'oratorio, perché altri non ne soffrano molestia.

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Come debbano essere accolti gli ospiti

Capitolo cinquantatreesimo

[1] Tutti gli ospiti che sopraggiungano, siano ricevuti come Cristo, perché Egli dirà: "Fui ospite e mi accoglieste"; [2] e a tutti si renda il conveniente onore, specialmente poi a quanti ci sono familiari secondo la fede, ed ai pellegrini.

[3] Appena dunque è stato annunziato un ospite, il superiore o i fratelli gli vadano incontro con ogni dimostrazione di carità; [4] ma prima preghino insieme, e solo allora si accomunino a lui nella pace.

[5] Tale bacio di pace appunto non dev'essere offerto se non dopo che si è pregato, ad evitare le illusioni diaboliche. [6] Perfino nel modo di salutare si mostri somma umiltà a tutti gli ospiti che giungono o partono: [7] inchinato il capo o prostrato tutto il corpo a terra, si adori in essi Cristo che viene accolto.

[8] Ricevuti dunque gli ospiti, siano condotti all'orazione, e dopo si sieda con loro il superiore o un fratello da lui incaricato. [9] Si legga dinanzi all'ospite la Legge divina per edificarlo, e poi gli si offra ogni segno di premurosa benevolenza.

[10] Il superiore per riguardo all'ospite rompa pure il digiuno, purché non si tratti d'uno speciale giorno di digiuno che non possa esser violato; [11] i fratelli invece seguano i consueti digiuni.

[12] L'acqua alle mani la versi agli ospiti l'abate; [13] i piedi a tutti gli ospiti li lavino sia l'abate che tutta la comunità, [14] e finita la lavanda dicano questo verso: "Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel mezzo del tuo tempio".

[15] I poveri e i pellegrini siano accolti con particolari cure ed attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo, mentre ai ricchi si porta rispetto per la stessa soggezione che incutono.

[16] La cucina dell'abate e degli ospiti sia a parte, di modo che in qualunque ora vengano all'improvviso gli ospiti, che nel monastero non mancano mai, i fratelli non ne siano disturbati. [17] A prestare servizio in questa cucina entrino per tutto un anno due fratelli ben adatti a tale compito. [18] A loro, secondo che ne abbiano bisogno, si procurino degli aiuti, perché servano senza mormorare; quando invece mancano di lavoro, vadano ad occuparsi dove viene loro comandato. [19] E non solo per essi, ma anche per tutti gli ufficiali del monastero sia questa la norma, [20] che quando hanno bisogno di aiuti, ne vengano provvisti, e quando invece sono liberi, si occupino dove vuole l'obbedienza.

[21] Similmente la foresteria sia affidata ad un fratello che abbia l'anima posseduta dal timore di Dio; [22] in essa vi sia un numero sufficiente di letti arredati, e la casa di Dio sia amministrata da saggi e saggiamente.

[23] Nessuno poi, se non ne ha ricevuto l'incombenza, si accompagni o parli con gli ospiti; [24] ma se li incontra o li vede, li saluti umilmente, come abbiamo detto, e chiesta la benedizione passi oltre, dicendo che non gli è permesso di parlare con l'ospite.

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Se il monaco debba ricevere lettere o altra cosa

Capitolo cinquantaquattresimo

[1] Non sia affatto permesso al monaco, senza il consenso del suo abate, di ricevere dai suoi parenti o da alcun'altra persona, né di dar loro, né di scambiare con gli altri fratelli lettere, o pii regali, o qualsiasi piccolo dono. [2] Se anche dai suoi parenti gli fosse mandata qualche cosa, non ardisca di accettarla senza averne prima avvisato l'abate.

[3] E l'abate, anche se consentirà che si riceva, avrà libera facoltà di consegnarla a chi vuole; [4] né perciò si rattristi il fratello a cui la cosa era stata inviata, perché non si presti occasione al demonio.

[5] Chi poi oserà fare altrimenti, sia sottoposto alla disciplina regolare.

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Delle vesti e delle calzature dei fratelli

Capitolo cinquantacinquesimo

[1] Le vesti si diano ai fratelli secondo le condizioni e il clima dei luoghi dove abitano, [2] perché nelle regioni fredde se ne ha più bisogno, nelle calde meno. [3] Giudicare di questo spetta dunque all'abate. [4] Noi tuttavia, per i luoghi temperati, riteniamo che bastino per ciascun monaco la tunica, la cocolla [5] (una pelosa per l'inverno, ed una liscia o già vecchia per l'estate), [6] lo scapolare per il lavoro, le calze e le scarpe per ricoprire i piedi.

[7] Del colore o della qualità di tutti questi indumenti i monaci non facciano questione, ma si contentino di quelli che possono trovarsi nella regione dove abitano e di ciò che può comprarsi a minor prezzo. [8] Quanto però alla misura, l'abate provveda che le vesti non siano corte per quelli che devono usarle, ma di giusto taglio.

[9] Nel ricevere vesti nuove restituiscano lì per lì le vecchie, da riporre nella guardaroba per i poveri. [10] Basta infatti al monaco avere due tuniche e due cocolle, perché si possano cambiare la notte e si abbia l'agio di lavarle; [11] quel che è in più, è già superfluo: e deve eliminarsi. [12] Anche le calze ed ogni oggetto usato lo restituiscano quando ricevono il nuovo. [13] Quelli che sono mandati in viaggio abbiano i femorali dalla guardaroba, ed ivi pure, al ritorno, li riportino lavati. [14] Anche le cocolle e le tuniche per il viaggio siano alquanto migliori di quelle che hanno usualmente; nell'uscire per il viaggio le prendano dal vestiario e al ritorno le restituiscano.

[15] Come arredamento del letto siano sufficienti il pagliericcio, la coperta leggera, quella pesante, e il guanciale.

[16] I letti poi devono essere sovente ispezionati dall'abate, chissà non vi si trovi qualcosa di proprietà privata. [17] E se a qualcuno si scoprirà una cosa che non abbia ricevuta dall'abate, gli si applichi una gravissima punizione. [18] E perché questo vizio della proprietà sia strappato fin dalle radici, l'abate dia tutto ciò che è necessario, [19] cioè la cocolla la tunica, le calze, le scarpe, la cintura, il coltello, lo stilo, l'ago, il fazzoletto, le tavolette, in modo da togliere ogni pretesto di bisogno. [20] L'abate però abbia sempre presente quella sentenza degli Atti degli Apostoli, che si dava a ciascuno secondo le sue necessita (A.T. [4], [35] ). [21] Allo stesso modo dunque anche lui tenga conto delle necessità dei bisognosi, non della cattiva volontà degl'invidiosi; [22] nondimeno in tutte le sue decisioni si ricordi del giudizio di Dio.

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Della mensa dell'abate

Capitolo cinquantaseiesimo

[1] La mensa dell'abate sia sempre con gli ospiti e con i pellegrini. [2] Quando poi ci sono pochi ospiti, egli può chiamarvi i fratelli che vuole. [3] Ma uno o due seniori bisogna sempre lasciarli con i fratelli per la disciplina.

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