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Monastero di Casamari

Dell'obbedienza

Capitolo quinto

[1] Il principale contrassegno dell'umiltà è l'obbedienza senza indugio. [2] Essa è propria di coloro che niente hanno di più caro che Cristo; [3] e sia per il servizio santo a cui si sono votati, sia anche per il timore dell'inferno e per la gloria dell'eterna vita, [4] appena dal superiore è stato dato un comando, quasi fosse un comando divino, sono insofferenti d'ogni ritardo nell'eseguirlo. [5] è di loro che il Signore dice: "Ha udito appena e già mi ha obbedito". [6] Similmente dice ai maestri: "Chi ascolta voi, ascolta me".
[7] Tali monaci dunque abbandonano subito le cose loro e rinunziano alla propria volontà, [8] e liberandosi sull'istante di quanto avevano tra mano e lasciando incompiuto ciò che stavano facendo, con piede prontissimo all'obbedienza, seguono con i fatti la voce del superiore che comanda. [9] Sicché, quasi nel medesimo momento, il comando comunicato dal maestro e l'opera eseguita dal discepolo si compiono insieme ambedue prestissimo, per quella celerità che è frutto del timore di Dio: [10] è l'amore di avanzare alla vita eterna che li preme. [11] Perciò intraprendono la via stretta, di cui dice il Signore: "Angusta è la via che conduce alla vita"; [12] e non volendo vivere a proprio arbitrio né obbedire ai desideri e gusti propri, ma dimorando nel monastero per camminare sotto la guida e il comando altrui, desiderano di essere governati dall'abate. [13] Senza dubbio tali monaci imitano il Signore, mettendo in pratica ciò che Egli dice di sé: "Non sono venuto a fare la volontà mia, ma di Colui che mi ha mandato".
[14] Ma questa stessa obbedienza allora sarà gradita a Dio e soave agli uomini, quando il comando sarà eseguito senza esitazione, senza indugio, senza tiepidezza, senza mormorazione, senza rispondere col rifiuto; [15] perché l'obbedienza che si presta ai superiori, si presta a Dio; Egli infatti ha detto: "Chi ascolta voi, ascolta me". [16] E di buon animo i discepoli devono obbedire, perché Dio ama chi dà con gioia. [17] Se infatti il discepolo obbedisce malvolentieri, e mormora, non diciamo già con la bocca, ma anche solo col cuore, [18] pur eseguendo il comando non compie ormai cosa accetta a Dio, il quale vede la mormorazione che si cela nel suo interno: [19] per tale opera quindi non ottiene alcuna ricompensa, e incorre anzi nella pena dei mormoratori, se non ripara e si corregge.

I N D I C E


Dell'amore al silenzio

Capitolo sesto

[1] Facciamo ciò che afferma il Profeta: "Ho detto: custodirò il mio cammino per non peccare con la mia lingua; ho posto un freno alla mia bocca, mi sono fatto muto, mi sono umiliato ed ho taciuto anche delle cose buone" [2] Ora, se il Profeta mostra qui che dai buoni discorsi bisogna talvolta astenersi per amore del silenzio, quanto più è necessario evitare le cattive parole per la pena del peccato! [3] Perciò, anche se si tratti di argomenti buoni e pii ed edificanti, tanta è la gravità del silenzio, che ai discepoli perfetti raramente si deve concedere licenza di parlare; [4] perché sta scritto: "Nel molto parlare non sfuggirai al peccato"; [5] e altrove: "La morte e la vita sono in potere della lingua". [6] Se infatti al maestro conviene parlare ed istruire, al discepolo tocca tacere ed ascoltare.
[7] Se quindi è necessario chiedere qualche cosa al superiore, si domandi con tutta umiltà e con rispettosa sottomissione.
[8] Le trivialità poi e le parole oziose ed eccitanti al riso le condanniamo in tutti i luoghi con eterna esclusione; e che il discepolo apra la bocca per proferire cose tali, non lo permettiamo.

I N D I C E


Dell'umiltà

Capitolo settimo

[1] Grida a noi, fratelli, la divina Scrittura e ci dice: "Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato". [2] Col dirci dunque così, ci mostra che ogni esaltazione è una forma di superbia, [3] da cui il Profeta dichiara di volersi tenere lontano quando afferma: "Signore, il mio cuore non si è innalzato, né si sono elevati i miei occhi; non ho camminato tra cose grandi e troppo alte per me". [4] E che allora? "Se non ho avuto sentimenti di umiltà, se il mio cuore si è insuperbito, allora tu tratti l'anima mia come un bambino divezzato dal seno di sua madre".
[5] Perciò, fratelli, se vogliamo toccare la cima d'una somma umiltà e giungere celermente a quell'altezza celeste a cui si sale per l'abbassamento della vita presente, [6] bisogna con l'ascensione delle nostre opere innalzare quella scala che apparve in sogno a Giacobbe, e per la quale egli vide gli angeli scendere e salire. [7] Discesa e salita che non possono certamente essere intese da noi se non nel senso che con l'esaltazione si discende e con l'umiltà si sale.
[8] La scala poi che si rizza, non è se non la nostra vita terrena, che per l'umiltà del cuore venga dal Signore diretta su verso il cielo. [9] Diciamo infatti che il corpo e l'anima nostra sono i lati di questa scala, nei quali la divina chiamata inserì diversi gradini di umiltà e di esercitazione spirituale da salire.
[10] Il primo gradino dunque dell'umiltà è quello in cui l'uomo, con la visione continua della presenza di Dio dinanzi agli occhi, ispirato dal suo timore, fugge del tutto la smemoratezza, [11] e ricorda sempre i precetti di Dio, e ripensa dentro di sé perennemente come l'inferno bruci per i loro peccati i dispregiatori di Dio, e come la vita eterna sia preparata per quelli che lo temono; [12] e custodendosi sempre dai peccati e dai vizi, cioè dei pensieri, della lingua, delle mani, dei piedi, della propria volontà, nonché dalle inclinazioni della natura corrotta, [13] riflette che Dio sempre e senza posa lo guarda dal cielo, e che le sue azioni in ogni luogo sono vedute dall'occhio divino e riferite dagli Angeli ad ogni momento. [14] è appunto ciò che ci manifesta il Profeta, quando ci addita Dio così presente ai nostri pensieri, dicendo; "Dio scruta i cuori e le reni". [15] E similmente: "Il Signore conosce i pensieri degli uomini". [16] Così pure dice: "Hai visto i miei pensieri da lontano". [17] E altrove: "Il pensiero dell'uomo sarà svelato dinanzi a Te".
[18] Ora per esser cauto riguardo ai suoi cattivi pensieri, il fratello sollecito della perfezione ripeta di continuo nel suo cuore: "Allora sarò mondo dinanzi a Lui, quando mi sarò guardato da ogni mio peccato". [19] Il divieto poi di fare la volontà propria lo abbiamo dalla Scrittura che ci ordina: "E allontanati dalle tue voglie", [20] e similmente nell'Orazione supplichiamo Dio che si compia in noi la sua volontà.
[21] A buon diritto dunque ci s'insegna di non fare la nostra volontà, se vogliamo evitare il male di cui parla la Scrittura: "Ci sono delle vie che agli uomini sembrano dritte, e che al loro sbocco sommergono fino alle profondità dell'inferno", [22] e se dobbiamo similmente temere ciò che è scritto dei negligenti: "Si sono corrotti e sono diventati abominevoli nel seguire le loro voglie".

[23] Quanto poi alle inclinazioni della guasta natura, dobbiamo allo stesso modo credere che Dio è sempre presente, secondo ciò che dichiara il Profeta al Signore: "Ogni mio desiderio sta dinanzi a Te". [24] Bisogna dunque evitare il cattivo desiderio, perché la morte sta appostata alla soglia del piacere. [25] Perciò la Scrittura ci avverte: "Non andare dietro alle tue concupiscenze".
[26] Dunque se gli occhi del Signore vedono i buoni ed i cattivi, [27] e il Signore dal cielo guarda sempre sui figli degli uomini per scorgere se vi sia chi abbia intelletto e cerchi Dio; [28] e se dagli Angeli a noi assegnati sono riferite quotidianamente al Signore, giorno e notte, le nostre singole azioni, [29] bisogna dunque, fratelli, stare assiduamente in guardia perché il Signore non ci veda mai, come dice nel salmo il Profeta, incamminati al male e divenuti infruttuosi, [30] e se perdona adesso, perché è misericordioso ed aspetta la nostra conversione, non ci debba dichiarare in avvenire: "Hai fatto questo, ed io ho taciuto".
[31] Il secondo gradino dell'umiltà si ha quando uno, non amando la volontà propria, non si compiace di soddisfare ai suoi desideri, [32] ma imita il Signore mettendo in pratica quel suo detto: "Non sono venuto a fare la volontà mia, ma di Colui che mi ha mandato", [33] Similmente la Scrittura dice: "La propria volontà merita la pena, l'imposizione procura la corona".
[34] Il terzo gradino dell'umiltà è quello per cui uno con perfetta obbedienza si sottomette per amor di Dio al superiore, imitando il Signore di cui dice l'Apostolo: "Fattosi obbediente fino alla morte".
[35] Il quarto gradino dell'umiltà è quello del monaco che nell'esercizio dell'obbedienza, pur se riceve ordini difficili o ripugnanti, o anche qualunque specie di ingiurie, sa nel silenzio abbracciare volentieri la sofferenza, [36] e sopportando pazientemente non si perde d'animo né indietreggia, poiché la Scrittura avverte: "Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo". [37] Così pure: "Il tuo cuore sia forte e sappi sostenere la prova del Signore", [38] E per dimostrare che il servo fedele deve per il Signore tollerare anche qualunque contrarietà, dice ancora la Scrittura nella persona di quelli che soffrono: "Per Te siamo ridotti ogni giorno alla morte, siamo considerati come pecore da macello".
[39] E sicuri per la speranza della ricompensa di Dio, proseguono con gioia e dicono: "Ma in tutto ciò noi vinciamo per Colui che ci ha amati".[40] Similmente la Scrittura in altro luogo: "Ci hai provati, Signore; ci hai sperimentati col fuoco, come col fuoco si sperimenta l'argento; ci hai tratti nel laccio, hai aggravato di tribolazioni il dorso nostro".[41] E per in dicare che dobbiamo sottostare a un superiore aggiunge: "Hai posto degli uomini sul nostro capo".[42] E osservando il precetto del Signore con la pazienza nelle avversità e nelle ingiurie, percossi in una guancia porgono l'altra, a chi toglie loro la tunica lasciano anche il mantello, costretti a fare un miglio di strada ne fanno due, [43] e con l'Apostolo Paolo tollerano i falsi fratelli e benedicono chi li maledice.
[44] Il quinto gradino dell'umiltà si ha quando tutti i pensieri cattivi che si affacciano alla mente e i peccati commessi nel segreto, il monaco li svela con umile confessione al suo abate, [45] secondo l'esortazione della Scrittura: "Manifesta al Signore la tua via e spera in Lui". [46] Similmente dice: "Aprite l'animo vostro al Signore, perché Egli è buono, perché eterna è la sua misericordia".
[47] Così pure il Profeta: "Il mio peccato te l'ho reso noto, e non ho nascosto le mie colpe; [48] ho detto: paleserò contro di me le mie mancanze al Signore, e Tu hai perdonato l'empietà del mio cuore".
[49] Il sesto gradino dell'umiltà consiste in ciò, che il monaco si contenta delle cose più vili e spregevoli, e a tutto quello che gli venga imposto si giudica inetto ed indegno operaio, [50] appropriandosi il detto del Profeta: "Mi sono ridotto a nulla e sono divenuto uno stolto; mi sono fatto dinanzi a Te come una bestia da soma, ma sono sempre con Te".

[51] Il settimo gradino dell'umiltà è quello del monaco che non solo con la lingua si professa più indegno e spregevole di tutti, ma ne è convinto anche nell'intimo del cuore, [52] umiliandosi e dicendo col Profeta: "Io poi sono un verme e non un uomo; obbrobrio degli uomini e rifiuto della gente". [53] "Sono stato esaltato, e poi umiliato e confuso". [54] E similmente: "Buon per me che mi hai umiliato, perché io impari la tua legge".
[55] L'ottavo gradino dell'umiltà è di quel monaco che non fa se non ciò che è suggerito dalla regola comune del monastero o dall'esempio dei maggiori.
[56] Il nono gradino dell'umiltà è quello per cui il monaco frena la lingua dal parlare, e mantenendosi fedele al silenzio, non parla finché non sia interrogato, [57] poiché la Scrittura insegna che nel molto parlare non si sfugge al peccato [58] e che l'uomo dalle molte chiacchiere va senza direzione sulla terra.
[59] Il decimo gradino dell'umiltà si ha quando uno non è facile e pronto al ridere, perché è scritto: "Lo stolto nel ridere alza la sua voce".
[60] L'undecimo gradino dell'umiltà è quello del monaco che, quando parla, lo fa delicatamente e senza ridere, con umiltà e compostezza, e dice poche ed assennate parole, e non fa chiasso con la voce [61] come sta scritto: "Alle poche parole si conosce il saggio".
[62] Il duodecimo gradino dell'umiltà si ha se il monaco non solo coltiva l'umiltà nel cuore, mostra anche con l'atteggiamento esterno a quelli che lo vedono; [63] cioè nell'Ufficio divino, in chiesa, nell'interno del monastero, nell'orto, per via, nei campi, dappertutto insomma, quando siede, cammina o sta in piedi, ha sempre il capo chino e gli occhi fissi a terra; [64] e pensando sempre ai peccati di cui è reo, fa conto di essere già per presentarsi al tremendo giudizio di Dio, [65] ripetendo sempre a se stesso internamente ciò che disse, con gli occhi bassi verso terra, il pubblicano dell'Evangelo: "Signore, non sono degno io peccatore di levare gli occhi miei al cielo"; [66] come anche col Profeta: "Mi sono sempre curvato e umiliato".
[67] Ascesi dunque tutti questi scalini dell'umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità che divenuta perfetta scaccia il timore: [68] e per essa tutto ciò che prima compiva non senza trepidazione, ora comincerà ad eseguirlo senza alcuna fatica, quasi spontaneamente, in forza della consuetudine, [69] e non già per timore dell'inferno, ma per amore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto delle virtù. [70] Sono questi i frutti che il Signore, per l'opera dello Spirito Santo, si degnerà di manifestare nel suo operaio, quando già sia mondo dei suoi vizi e peccati.

I N D I C E

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